Siracusa KAPUTT mundi

15 Settembre 2011 Nessun commento

A volte anche una vacanza può trasformarsi in una vera e propria odissea.
Avendo un padre siracusano, sepolto presso la tomba di famiglia, mi sono recato nella città di Archimede per una breve vacanza, un intermezzo tra una residenza a Catania e il conclusivo periodo di residenza presso l’ormai famosissimo B&B che ospita la casa di un notissimo commissario televisivo nella fortunata serie fiction tv; il tutto finalizzato, se non altro, al deporre un fiore sulla sua lapide, e quella dei miei zii, e riposarmi dopo un anno intenso di lavoro.
Il traffico della città siracusana è qualcosa di così anarchico che difficilmente si può immaginare, se non vivendolo: scooteristi senza casco, scooter sovraccarichi di merce fino al ribaltamento, ancora scooter con tre/quattro persone a bordo, e automobilisti che circolano ignorando le più elementari norme non tanto del codice della strada, ma del buon senso stesso, e che sembra abbiano come unico fine quello di sterminare chiunque.
In questo traffico anarchico ho avuto un incidente, alle 12,40 del giorno 28 agosto 2011. Una cosa di pochissimo conto, del quale mi assumo la mia parte di responsabilità. E qui inizia la storia.
Dietro le due auto incidentate si ferma una terza auto con 7 (sette!) persone a bordo. Al fianco del guidatore siede la moglie, incinta oltre il settimo mese, senza cintura, con una bambina di tre/quattro anni in braccio; dietro, due anziane signore siedono senza cintura egualmente, reggendo in braccio altrettante ragazzine. Il guidatore scende e inizia ad investirmi di insulti ed improperi di ogni genere, dandomi del criminale, del maniaco, eccetera. Il tutto, onde dissimulare, in dialetto siciliano. Il signore evidentemente non poteva sapere che io parlo e capisco perfettamente il siciliano.
La signora alla guida dell’altra vettura coinvolta nell’incidente scende dall’auto, senza un graffio ma solo con un po’ di spavento, e si va a sedere all’ombra, per riprendersi. Il testimone improvvisato si avvicina alla signora e, credendo di non essere né sentito né compreso, dice in perfetto siciliano: “Signora, guardi che questi sono turisti, hanno tanti soldi. Faccia un po’ di scena, che così prende più soldi dall’assicurazione. E non si preoccupi che poi coi vigili ci penso io, dico che lei è stata quasi ammazzata”.
Detto fatto, arrivano ben 2 (due!) autovetture della Polizia Municipale con 6 tra sottufficiali e vigili semplici e iniziano in breve i rilevamenti. Ascoltano il testimone e prendono accurata nota di quanto egli dichiara. Dopodiché stilano il rapporto in breve, raccolgono le testimonianze di entrambe le controparti e, istantaneamente, senza nemmeno il vaglio di periti, decidono che siccome sono “straniero”, sono “del nord”, sono in piena colpa.
Incredibilmente, malgrado la signora stia bene e anzi sia solo accaldata e spaventata, viene chiamato il 118. In seguito a ciò, la Polizia Municipale decide su due piedi di sospendermi temporaneamente la patente, con verbale di BEN 39 euro e la soppressione di due punti sulla patente.
Si può ben immaginare il mio sconforto: essendo intestatario dell’auto presa a noleggio a Catania, senza patente, cosa potevo fare? Chiedo se sia possibile una valutazione a posteriori del tutto, visto che non ci sono feriti. La risposta è “venga domani al comando, vediamo che si può fare”.
La signora entra al pronto soccorso alle 13,15 e viene dimessa alle 14. Prognosi: stato di shock leggero, cinque giorni di mutua a casa.
L’indomani mi presento al comando della Polizia Municipale. 29 agosto 2011, ore 9,30. Città di Siracusa. 38 gradi. Città dedita al turismo. Come si veste un turista? Personalmente quel mattino ho indossato una camicia blu scuro a maniche corte e un paio di bermuda eleganti sotto il ginocchio.
Mi reco presso il comando PM e… vengo respinto come un alieno. Siccome ho i pantaloncini sotto il ginocchio, sono vestito in maniera indecorosa, scandalosa e non degna della dignità del luogo.
Sono senza parole.
Come in un film, dopo una mezz’ora entra una bellezza del luogo, procace e con una minigonna stretch che poco lascia all’immaginazione… ed entra senza problemi e sotto gli occhi ammirati di tutti.
Comunque, viene – esteriormente agli uffici – redatta domanda di restituzione della patente dalla Prefettura di Siracusa alla Prefettura di Firenze, città nella quale risiedo.
Me ne vado scornato e sinceramente frastornato. Mi sento come violentato.
Per concludere, è dal mio rientro a Firenze, 5 settembre, che telefono quotidianamente e in vari orari, dalle ore 9 alle 13, sia all’Ufficio Patenti del comando della Polizia Municipale, sia all’Ufficio Patenti della Prefettura di Siracusa. Ore di attesa, nessuno risponde. Nessuna notizia della mia patente ad oggi, 16 settembre.
Eccellenza signor Ministro Brunetta… un’occhiatuccia in quel del siracusano io la darei.

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Questa non è una canzone d’amore – DUE

19 Marzo 2010 Nessun commento

Cover QNEUCA

DUE

 

Sono in centro a passeggiare con Stefano.

Stefano è un personaggio, un mito. Non è famoso ma si comporta come lo fosse. Con tutti gli annessi e connessi, e con tutto ciò che questo può comportare. Non ha praticamente freni inibitori. Anzi, come dice lui, da bambino gli hanno rimosso l’ABS ai freni inibitori chirurgicamente.

Sono sicuro che se mai dovesse andare in televisione, in un confronto con quelle gallinelle del Grande Fratello o con quegli urlatori del terzo millennio, politici e non, sarebbe dominante e uscirebbe vincitore da ogni schermaglia.

Stefano è quello che ha inventato la cosiddetta “scopa al semaforo”. E’ una cosa da fare almeno in quattro. Nel bel mezzo di un semaforo rosso, in mezzo al traffico, si scende dalla macchina, si tira fuori dal baule un tavolino da campeggio con tanto di sedie pieghevoli, ci si mette intorno al tavolino e ci si mette a giocare come nulla fosse. Verde, rosso, verde, rosso: non importa. Si fanno due o tre mani di scopa o di scala quaranta altrimenti detto ramino, poi all’improvviso di corsa si smonta il tutto, si risale in macchina e ci si dilegua nel caos del traffico.

 

Stefano ascolta moltissima musica, come me, ed è accalorato e infervorato su determinati argomenti, specie se si parla del rock del passato.

“Ma no, ciùmbia!”

Ciùmbia è la sua esclamazione preferita.

“Ma no, ciùmbia, e te lo dico io che Jim Morrison è vivo! Ma scusa tanto, ciùmbia, ma t’immagini uno, con il suo passato, con le storie che aveva su, con il processo e la condanna alle spalle, con probabilmente una mezza dozzina di figli dalle donne che si era incapuzzolato (scopato, ndr), con la Pamela sempre più alla canna del gas, il gruppo in crisi dopo il flop dell’ultimo album… se si ammazza? E poi dove? In un merdoso hotel a Parigi? Ma dai, ma su, ciùmbia!”

Si accalora, gesticola, diventa rosso in viso, a volte si ferma di botto e smanaccia nell’aria tanto che anche io mi devo fermare e tornare indietro a riprenderlo.

“… ma la stessa cosa, ciùmbia, anche per Jimi, Jimi Hendrix! E non mi venire a dire che non è vero, che sono mie fantasie, ciùmbia! Quella era un epoca in cui i personaggi scomodi si facevano sparire uccidendoli… mica come ora, che con la comunicazione a tappeto, con telecamere e satelliti che ti guardano anche quanto e dove pisci, con internet e tutto il resto, una cosa del genere non passerebbe inosservata! Ma allora… allora sì! E ciùmbia! Eccome! E Jimi era uno che dava fastidio ad una frangia di benpensanti, a quegli stronzi che avevano progettato e realizzato il delitto di Giefchì (JFK, ndr) e che visto che lui era contro la guerra in Vietnam e troppi ragazzi disertavano, allora… zacchete! E ciùmbia!”

Si è rifermato, sta gesticolando. Tre squaqquere (ragazzine di primo pelo, ndr) passano accanto, lo guardano. Lui si ferma, le guarda passare, poi: “Uè bimbe, c’è una festa nei miei pantaloni! Siete tutte invitate!”. Quelle ridono, sghignazzano e si allontanano.

“Non capiscono un cazzo, ciùmbia!” e ride.

 

Comincia a piovigginare.

Stefano odia gli ombrelli. Per lui la pioggia, se esiste, ha un suo motivo per esistere. E quindi va presa tutta in testa senza ripararsi.

Stefano è un ragazzo onesto, gentile. Un puro. Ed è anche un bel ragazzo, obiettivamente. Alto, moro, capelli lunghi alle spalle lisci, occhi mori, un principio di pizzetto al viso, un bel fisico atletico. E’ la testa, che funziona a modo suo. Ma per questo motivo, proprio per questo motivo, amo stare con lui. Con lui sto bene. Mi diverto e mi rilasso. Lascio andare tutti i pensieri pesanti e mi faccio delle gran risate. E’ un compagno ideale per qualsiasi vacanza o viaggio, ed è generoso. Non permette mai che tu paghi: offre sempre lui. Dal caffè all’happy hour nel wine bar più rinomato.

 

Mentre passeggio con lui serenamente, sento vibrare la tasca destra. Il cellulare. Un messaggio.

“Scusa Ste, guardo solo chi è, poi sono da te”

“Fai, fai, ciùmbia, fai tranquillo… io mentre guardo qui le vetrine della Rinascente…”

Lo guardo. Si avvicina alla vetrina dove ci sono dei manichini femminili agghindati in modo provocante e sensuale. Avvicina il viso al vetro, tira fuori la lingua, lo lecca.

“Ecco cosa ti farei, bambina, se fossi vera…” e ride. La gente lo guarda schifata, ma lui ride. Ride di tutto e di tutti. E’ libero, Stefano, è un uomo libero. Lo invidio. Non ha paura di niente. Ha perso la fidanzata in un incidente stradale. La macchina è uscita di strada e si è spalmata su un platano. Ed è stato lui a trovarla, passando nemmeno dieci minuti dopo su quella maledetta strada viscida di pioggia. L’ha estratta dalle lamiere prima che arrivasse l’ambulanza e la polizia, l’ha sdraiata in terra, le ha preso la testa sulle ginocchia ed è rimasto ad accarezzarle il viso ormai immoto e i capelli finchè non l’hanno letteralmente trascinato via a forza. Da allora, come dire, la gente lo classifica come “anormale”, “strano”, “diverso”. Ma io vorrei vedere questa gente, se avrebbe mai retto ad un dolore così immenso che non esistono misure, forme o colori a descriverlo.

 

Il messaggio.

Apro e leggo.

“Sono da Ornella. Guardo i vetri rigati dalla pioggia. Sto male. Male da morire. Ho bisogno di te”.

Il messaggio è di quella stronza.

Ma come… ma non ci stavi tanto bene da e con Ornella?

Mi hai fatto due coglioni a mongolfiera, con questa Ornella. Ornella di qui, Ornella di lì, sai Ornella ha previsto il tuo arrivo nella mia vita, sai tra me e Ornella c’è un feeling particolare, sai io amo Ornella…

E scopatela ‘sta Ornella, ma non rompere i coglioni a me!

Non mi spaventa mica avere a che fare con una donna bisessuale, anzi.

Se ripenso ad anni fa, quando uscii con una ragazza non molto bella ma con una sensualità esplosiva… si chiamava Carmen, aveva lunghi capelli biondi, una strana vocina stridula, due tettine piccole ma invitanti e un bellissimo culetto tondo e sodo. E due gambe lunghe e ben tornite.

Beh.

Un giorno le telefono, chiedo di lei alla sorella, e mi risponde una voce mezzo baritonale.

Un colpo di tosse, la solita vocina dolce e stridula.

Fulminato.

Era un trans.

Ci siamo baciati, lo ammetto, con molta lingua e con altrettanto gusto, ma non avrei mai immaginato che invece di una calda e accogliente fessura in mezzo alle gambe avesse un seppur piccolo ma esistente pene. Almeno finché non ho sentito quel cambio di identità improvvisato, e finché una sera vincendo ogni sua ritrosia non le ho slacciato i pantaloni e infilato una mano nelle mutandine.

Non è successo niente. Lei ha capito subito. Mi ha accarezzato, mi ha baciato, si è chiusa i pantaloni. “Accompagnami a casa, ti prego”. Fine.

Carmen si è innamorata di un altro, e mi ha mollato dal giorno alla notte. Pazienza.

 

“Sono da Ornella. Guardo i vetri rigati dalla pioggia. Sto male. Male da morire. Ho bisogno di te”.

Guardo Stefano. Si è appoggiato con la schiena alla vetrina, guarda la gente passare, sorride e fa smorfie.

Rispondo.

“Sono contento che sei da Ornella. E’ una persona utile alla tua vita. Io adesso non posso aiutarti. Fra l’altro adesso dobbiamo andare a trovare Teresa. Il suo uomo ha appena avuto un ictus, è più di là che di qua. Se posso ti chiamo”

E’ vero. Maurizio, uno del gruppo, si è sentito male mentre cenava. Ha guardato tutti imbambolato, poi via. Bianco degli occhi al cielo, e amen. Ambulanza, 118 eccetera. Diagnosi: ischemia pre ictus.

Cazzo.

Io e Stefano stiamo raggiungendo casa di Teresa. Senza fretta, tanto il più è stato fatto, e Maurizio adesso è in coma farmacologico al Sant’Ottavio. Teresa è a casa, almeno per stasera. Andiamo a trovarla perché ci ha chiamati. Ha bisogno di noi.

E sinceramente, tra una rizza cazzi come Marta e un amico come Maurizio, io scelgo Maurizio.

Premo il tasto “invia”, noncurante, e raggiungo Stefano. Mi prende sottobraccio, e camminiamo di buon passo verso casa di Teresa.

 

Non fosse mai stato.

Una sequela di sms come mai sulla terra.

Una valanga di messaggi, di improperi, di parolacce.

All’anima.

Meno male che sei ricca e raffinata.

E si vede. Siccome l’hai data in giro, probabilmente a te la bolletta della Tim la paga qualche ganzo che ti sei scopata. Oppure quel fesso di tuo marito.

Non faccio in tempo a cancellarne uno che ne arrivano altri tre.

Ma tra le dita cos’ha, un vibratore? Un clitoride? Una mitragliatrice?

Passiamo la notte con Teresa, abbracciati a lei.

Spengo il cellulare. Non ne posso più.

 

L’indomani telefono alla rizza cazzi.

Eccola, la “disinibita” (con gli altri), la “vergine di alabastro” (con me).

Cinquantacinque minuti di rimproveri e di rimbrotti.

“…non te ne frega niente di me! Se vuoi solo scoparmi, una botta e via, allora dillo, perché così so come comportarmi con te e premunirmi!”

“Ascolta…”

“No! Non ascolto! Sei un deficiente! Prima mi dici che Ornella è tossica per la mia vita, mi dici addirittura che mi farebbe bene farci l’amore, poi mi dici che Ornella è adatta per me? Ma come cazzo ragioni?”

Non so cosa mi trattenga dal chiudere la telefonata in faccia.

Stronza.

Vuoi farmi sentire in colpa?

Vuoi farmi venire i sensi di colpa?

Non funziona, tesoro, non funziona. Vaffanculo.

 

L’ennesimo vaffanculo.

Se dovessi avere, ma sì diciamolo, mille euro per ogni vaffanculo pensato detto o mandato senza riguardi a te, soave sublime Marta dei rizza cazzi, probabilmente non andrei SOLO in vacanza in Sardegna.

MI COMPREREI, la Sardegna.

E sono mille euro in più.

E un anno luce in più di distanza tra noi due.

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Lettera d’amore

6 Gennaio 2010 1 commento
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Il bacio sulla bocca

21 Dicembre 2009 1 commento
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Una storia sbagliata

15 Luglio 2009 1 commento

La scorsa settimana, in fascia protetta, su Rai2 è andato in onda la puntata de "La linea d’ombra" dedicata ad un ragazzo. Un ragazzo come tanti, ma che Faber avrebbe descritto come protagonista nella sua "Una storia sbagliata".

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Ostinata e contraria è la mia direzione!

12 Maggio 2009 1 commento

7 novembre 1972, il mio undicesimo compleanno. Un compleanno decisamente felice, uno dei più felici a quanto possa ricordare. Seduti intorno ad una tavola a cenare siamo in tanti, ma manca una delle persone più importanti. Mio padre se n’è andato cinque anni prima, proprio pochi giorni dopo il 7 novembre. E il peso della sua lontananza si fa sentire, eccome se si fa sentire.
Ricevo dei bei regali. Il mio primo impianto stereo, ovvero il famosissimo e classicissimo giradischi stereo di Selezione dal Reader’s Digest, il plurivenduto campione di distribuzione e portatore di grande musica nelle case, e fra gli altri regali vedo tre dischi. Il primo è Antonio Vivaldi, "Le quattro stagioni". Regalo senz’altro inusuale per un bambino di undici anni. Il secondo è "Nursery cryme" dei Genesis: il mio debutto ed il mio grande amore per il progressive rock. Il terzo è un album dalla copertina blu, con una fotografia sgranata di un ragazzo uomo che guarda serio all’orizzonte. E’ "Volume III" di Fabrizio De Andrè. Una volta scoperti i regali, è un furioso andare e venire dalla tavola alla scrivania dove giacciono per il momento inanimati quei doni.

Una volta a casa ascolto prima "Le quattro stagioni". Bello. Lo riascolto. E ancora. Poi, bimbescamente e curiosamente, mosso da una insana accidia verso quella musica e quelle note sacre, lo metto a 78 giri e ascolto, rotolandomi per terra dalle risate a sentire quei violini accelerati frinire come cicale impazzite. Poi è la volta di "Nursery cryme". Strana, quella musica. Molto, molto strana. E la voce di questo Peter Gabriel è davvero particolare. Non ho mai sentito una cosa del genere. Mi ci va tempo per digerirla.
Lo metto da parte.
E infine, tenendolo per la punta delle dita alle estremità del tondo, estraggo e pongo sul piatto quel lucidissimo e vergato album di questo personaggio. Fabrizio? De Andrè? E chi è? Riguardo attentamente quella copertina così semplice eppure così comunicativa, e delicatamente, come ho da qualche ora imparato a fare, depongo la puntina sul primo solco.

Non dico per pudore quante volte ho ascoltato quel disco in questi trentacinque anni a seguire. Trentacinque anni… come passa il tempo! Beh, fatto sta che ad ascoltarlo oggi crocchia come un sacchetto di patatine, la copertina si è leggermente scollata da un lato e ho perduto chissà dove la introcoperta bianca che lo proteggeva, sostituita da una in cellofan trasparente. Ho imparato a memoria le parole agrodolci di Cecco Angiolieri, ho gustato e rigustato la feroce ironia quasi con un pizzico di cattiveria e un leggero retrogusto di pedata nelle parti nobili del "Testamento" e del "Gorilla", ho amato fino allo spasimo le dolci note e le liquide parole di Piero e della sua guerra conclusasi in un campo di papaveri rossi, e ho detestato con tutte le mie forze il re che si appropria della dama non sua innescando una tragedia umanitaria di dimensioni ciclopiche.
"Volume III" è stato il primo album di Fabrizio che ho avuto nella mia discoteca personale. E forse un poco assorbendo magicamente il pensiero dell’uomo Fabrizio, ho iniziato a vivere in direzione ostinata e contraria. I miei cugini tutti dotti medici e sapienti? Chi dottore, chi avvocato chi illustre filosofo? Io invece informatico. Loro una vita comoda e calda come una pantofola che li tiene al sicuro dal pavimento freddo? Io una vita a camminare scalzo, a sbagliare e rifare e risbagliare e insistere a modo mio, solo a modo mio, seguendo il mio istinto, la mia personale ragione, la mia passionalità. Una sola donna non basta, come una vita, quindi ho avuto mille amori e due mogli. L’attuale, Emilia, è una creatura dolce e decisa al tempo stesso, con gli stessi occhi sognanti e pervasi da quella leggera ombra di malinconia di Dori. Al posto del lavoro sicuro nel proprio studio notarile, avvocatesco, o seduto davanti ad uno sportello in banca ho preferito seguire altre strade, più perigliose e più fugaci ma anche più sperimentali e sperimentative. E per ciò che concerne le amicizie e il mio modo di percepire e vivere la società ho sempre fatto di testa mia, allacciano dialoghi con gente schifata e schivata dai più, a partire dai ROM per arrivare a quelli che una società becera e incivile ha inquadrato come "vù cumprà" o, per usare un termine attuale, "clandestini", "extracomunitari". Ho sempre amato il loro modo di vedere le cose, di cercare le parole più giuste per entrare in un mondo che non appartiene loro di fatto ma che invece è loro di diritto come l’intero globo terracqueo.

In tutto questo iter mi ha sempre accompagnato la musica di Fabrizio. Le sue canzoni, sempre più profonde, pervase da quella poesia che solo i grandi sanno dare alle parole. Perché in fondo, a ben pensarci, le parole sono sempre quelle. Metterle in un ordine appropriato è esprimersi. Metterle in un ordine maturo è mestiere. Metterle in un ordine ostinato e contrario è poesia. Un po’ come in uno dei racconti che leggerete, dove il protagonista narra di un maestro di un piccolo paese che per far ragionare con la propria testa gli alunni un giorno spiega loro il valore della punteggiatura. Prendendo sei semplici parole di uso comune, "Mario", "dice", "Franco", "è", "uno", "stupido", il maestro fa vedere agli alunni come il senso comune delle cose possa cambiare a seconda di come le si guarda.
Una cosa è dire "Mario, dice Franco, è uno stupido".
Una cosa è dire "Mario dice: Franco è uno stupido".
Fabrizio è stato un caro amico che mi ha accompagnato in questo mio percorso creativo e culturale. Mi ha aiutato a capire che non basta guardare le cose da un solo punto di vista, ma che è necessario invece girarsi intorno ed alzare gli occhi al cielo, e guardare anche la terra sotto le proprie scarpe, per imparare davvero e giungere all’ultimo istante "muovendo gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore".

Ho davanti a me l’immagine di Dori. Dori, la principessa dagli occhi solari e gioiosi, che non sono più stati gli stessi da quell’11 gennaio di dieci anni fa. I visi forti e coraggiosi di Cristiano e di Luisa Vittoria "Luvi". Bravo, Fabrizio. Come una saggia quercia hai lasciato buone schegge del vecchio tronco.

Il mio omaggio quindi a questo mio compagno di musica e di poesia è racchiuso in questi racconti. 107 canzoni, altrettanti racconti ispirati "a" e ispirati "da". Le due raccolte "In direzione ostinata e contraria" hanno tracciato la strada. Insieme ai miei racconti, appaiono le meravigliose creazioni dell’amica poetessa ravennate Gioia Lomasti, ad impreziosire per mutua induzione il debito di gratitudine che ognuno di noi ha, io in particolare, verso Fabrizio.
Scrivere questo libro è stata una profonda gioia e una immensa commozione. Ringrazio Fabrizio e la Fondazione per avermene dato la possibilità.

Come immaginerei Fabrizio oggi?
Beh, molti dicono che oggi Fabrizio scriverebbe canzoni d’amore.
Forse sono tratti in inganno da quel "Cose che dimentico" cantata insieme a Cristiano.
No, io credo che continuerebbe a prendere la parola e a spargerla sul florido campo della vita di oggi in nome di chi voce non ha e parole non possiede.
Un immagine fra tutte mi viene in mente.
Essendo buddista, ho una visione di Fabrizio come di un grande bodhisattva, ovvero di un essere umano dotato del dono della Buddità, che investe ogni sua fibra e ogni suo grammo di energia per il bene altrui.

Vedo Fabrizio che cammina su una strada polverosa. Seduta sul ciglio di una casa c’è una donna, distrutta dal dolore per la perdita del suo unico figlio.
E’ atroce quando i genitori sopravvivono ai propri figli.
Come un vero boshisattva, Fabrizio le passerebbe accanto e si siederebbe vicino a lei su quel gradino.
Senza dire una parola.
La donna lo guarderebbe, gli occhi pieni di lacrime.
Fabrizio annuirebbe, senza profferire parola, ma in quello sguardo concentrerebbe tutta la sua profonda compassione e tutta la sua meravigliosa straordinaria umanità. Con il solo sguardo e il suo calore umano comunicherebbe: "Comprendo, o donna, il tuo inenarrabile dolore. Adesso, ti prego, fai a metà con me della tua sofferenza. Ti prego, fa che possa caricare su di me il tuo dolore. Se non tutto, almeno metà".
La donna si sentirebbe sollevata e ringrazierebbe, ma a quel punto Fabrizio si alzerebbe.
E una volta a casa, nascerebbe una canzone.

Vincenzo Ingarao

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Epilogo di Maldafrica…….

18 Marzo 2009 Nessun commento
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La fine di Maldafrica…..

18 Marzo 2009 Nessun commento
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Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

28 Gennaio 2009 1 commento
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Per te, Donna…

16 Gennaio 2009 2 commenti
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